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Messico, luoghi da vedere: il Chiapas e Palenque

Il Chiapas è lo Stato più meridionale del Messico, arriva fino al confine del Guatemala; qui si estendono a perdita d'occhio le foreste pluiviali intricate e difficilmente penetrabili coma la Foresta Lacandòna e la biosfera di El Triunfo che "assediano" i vasti altipiani e assicurano un clima fresco in forte contrasto con il caldo umide delle foreste pluviali. E' in queste aree che vivono numerose tribù di discendenza Maya, la più forte concentrazione di tutto il Messico. Non sono certo stati sufficienti i tre giorni passati alla scoperta di questi bellissimi luoghi, forse in una settimana si potrebbe acquisire una conoscenza almeno superficiale di una terra da sempre tribolata anche per la presenza del vicino Guatemala che con le piste dei narcos infiltra in territorio messicano i prodotti narcotici delle proprie terre. La forte presenza di forze dell'ordine, soldati, guardie federali, statali, è quindi giustificata da queste condizioni di terra di frontiera.

Facendo base a Palenque, abbiamo alloggiato al camping bungalow El Panchan
(luogo suggestivo in quanto letteralmente immerso nella foresta ma alquanto spartano e decadente, trascurato: non consigliato il soggiorno) da dove quotidianamente si partiva per una meta diversa della lista dei luoghi da visitare: il sito Maya di Palenque, poi le cascate di Agua Azul e Misol-Ha e infine la puntata fino al confine con il Guatemala con i siti di Bonampak e Yaxchilàn.
Da Palenque al sito la strada è breve, pochi km., e, come al solito, arriviamo di primo mattino per evitare le frotte dei viaggi organizzati, contrattiamo con la guida (ancora una volta, è insostituibile per "entrare" nella cultura Maya) e via alla scoperta!
Il sito è molto vasto (circa 15kmq.) e ci sono molte cose da vedere anche se solo in piccola parte è stato riportato alla luce e, contemporaneamente, è anche alquanto suggestivo per il fitto manto della jungla che incombe dando un tono di mistero, ma anche una grandiosa coreografia, all'intera area. E' il più antico di tutti i siti, risale al periodo Classico, si differenzia dai precedenti siti in quanto qui le decorazioni sono tutte in stucco (negli altri siti sono scolpite nella pietra); ma proprio questa particolarità è stata causa, all'epoca, di un grande danno all'ecosistema: per l'approvvigionamento di stucco (ottenuto sbriciolando la pietra calcarea e mescolandola con l'acqua) i Maya disboscarono vaste aree di foresta con gravi danni ambientali. Ma la natura è paziente ed ha memoria: nei secoli si è ripresa tutto il territorio ferito arrivando a ricoprire (come una sorta di vendetta) anche la grande città Maya.   
All'ingresso, dopo un breve cammino e preannunciato da altre strutture minori, ci accoglie nella sua grandiosità perfettamente mantenuta il Templo de las Inscripcionas
, il più alto di tutto il contesto ma sul quale è vietato salire; al suo interno è ancora conservata la tomba di Pakal (che potremo vedere, in una ricostruzione fedele, nel vicino museo dove sono conservati numerosi altri pregevoli reperti Maya). A fianco vi è un'altra struttura poderosa e ugualmente ben conservata, si tratta di El Palacio, un insieme di cortili interni con ricche decorazioni alle pareti perimetrali, corridoi e camere che si susseguono con belle decorazioni di maschere e di divinità maya.  La terza struttura che si erge poco lontano è Las Cruces, dal cui lato posteriore si può salire fino alla sommità per un colpo d'occhio indimenticabile  fra prati verdi brillanti e templi svettanti, contornati dal verde scuro della foresta pluviale. Il silenzio è il motivo più ricorrente della giornata, finchè in tarda mattina iniziano ad entrare turisti a grappoli poi comitive di studenti e, in silenzio, la magia e l'atmosfera svaniscono. E' quasi mezzogiorno e, sazi della minuziosa ricostruzione fatta dalla nostra guida messicana, ci portiamo verso un sentiero che, attraverso la foresta, nel giro di una quindicina di minuti ci porterà al museo, situato più in basso rispetto al sito, dove completeremo la conoscenza di Pakal e del suo regno.


Ripreso il Van ci dirigiamo a Palenque per uno sguardo alla città che non offre praticamente nulla, una normalissima cittadina messicana.  Per cena sperimentiamo il ristorante Don Mucho's (situato praticamente a fianco del camping bungalow El Panchan): è alquanto rinomato nel circondario per la cucina ed i prezzi contenuti, ambiente all'aperto coperto da un tendone che stride con la foresta in cui è immerso. Ma, in effetti, mantiene le promesse e vale la sosta.

Il giorno seguente è di poco impegno, quasi una pausa di recupero prima della lunga trasferta ai confini con il Guatemala che faremo in seguito. Ce la prendiamo quindi più comoda anche perchè la destinazione, le cascate di Misol-Ha non è lontana, una trentina di km. in direzione Ocosingo su una strada attraverso la foresta con bellissimi panorami sulle vallate circostanti. Parcheggiamo l'automezzo e in pochi passi, con il fragore dell'acqua che ci arriva alle orecchie, percorriamo la breve distanza che ci separa. Lo spettacolo è sicuramente affascinante alla vista di questo muro d'acqua che precipita da 35 metri d'altezza. Ai piedi della cascata, un laghetto nel quale si può agevolmente entrare per un bagno rinfrescante: purtroppo la recente stagione delle pioggie se da un lato rende assai coreografiche le cascate, dall'altro rende non invitante il bagno in quanto le acque sono di colore marrone. Colpo d'occhio molto piacevole ma la mancanza dei raggi del sole (le cascate sono rivolte ad ovest) ne riduce l'effetto scenico: ci ripromettiamo quindi di tornarci nel pomeriggio, dopo aver visitato le vicine cascate di Agua Azul.
Percorriamo lo stretto sentiero che corre sotto la cascata, assordati dal fragore ma anche inzuppati dalle acque vaporizzate che riempiono l'aria. Bello spettacolo!

Torniamo quindi sulla carretera 199, direzione Ocosingo, che percorriamo per altri 50 km. con destinazione le cascate di Agua Azul che si trovano dopo aver percorso una deviazione di circa 4 km. Le cascate fanno parte del rio Otulùn che, gonfiato dalle acque degli affluenti Shumuljá e Tulijá, si getta vorticoso in una gola più stretta con un fronte di caduta di alcune decine di metri. Sono di grande effetto scenico e meta di numerosi turisti che approfittando di alcune anse si rinfrescano in queste fresche acque; tuttavia, anche qui, a causa della recente stagione piovosa, le acque sono marroni e molto viene tolto alla coreografia ma anche alla voglia di bagnarsi.
Optiamo quindi per seguire il consiglio di un cartello indicatore e prendiamo un sentiero che ci porta in direzione delle sorgenti del rio Otulùn: è una piacevole passeggiata, affatto faticosa, lungo le rive ora calme del rio.  Lungo la strada, scene di vita quotidana indigena: alcuni ragazzini che, nudi, si divertono in una pozza del rio, una donna che lava i panni e alcuni contadini che semplicemente si rinfrescano. Al ritorno, sosta ristoratrice lungo la strada per una bella razione di pollo asado, quindi riprendiamo la strada in direzione di Palenque dove rincaseremo all'imbrunire non senza aver fatto nuovamente tappa a Misol-ha (riusciamo a entrare con lo stesso biglietto della mattina): ora, la presenza del sole che si rifrange sulle spumeggianti acque e dipinge con nuovi colori e tonalità tutto l'ambiente. Peccato che l'acqua sia, ovviamente, rimasta marrone!
Per cena abbiamo deciso di seguire le indicazioni della guida Lonely Planet: questa sera proveremo il ristorante La Selva, situato ai margini del paese in direzione delle rovine. L'ambiente è certamente un pò più formale del Don Mucho's, ben arredato e composto da una grande palapa (capanna con il tetto in foglie di palma) nella quale trovano posto ampi tavoli rotondi. Cucina di gran qualità e ottimo servizio, ma anche il prezzo ..... ne risente: 14 euro a testa (!)
Non ci attardiamo molto perchè domattina la sveglia è fissata alle 5.00: ci aspetta la trasferta a Bonampak e Yaxchilan, sarà una giornata intensa.

L'unico motivo, ma ampiamente sufficiente anzi più che adeguato, che giustifichi la deviazione (parecchio dissestata) per visitare Bonampak, sono le pitture murarie custodite all'interno del Templo de Las Pinturas: risalgono all'VIII secolo, conservano ancora i loro colori originari (ovviamente meno brillanti di allora) e sono un chiaro esempio della sapiente arte Maya anche in campo pittorico. Qui non servono parole ma basta la visione dellà realtà fotografica, per quanto il digitale possa rendere giustizia a quelle immagini naturali.
Con l'auto a noleggio sempre efficiente, riprendiamo la strada che conduce al confine con il Guatemala, deviamo poco dopo per giungere in circa un'ora a Frontera Corozal da dove le veloci lance seguendo la corrente del fiume Usumancita ci portano al sito maya di Yaxchilan (capitale della dinastia del Giaguaro, regnante nell'VIII secolo), dove ci aspetta la guida (questa volta sarà un tour parlato in ispanico-italiano!). E' un piccolo e piacevole fuori programma, questa cavalcata sul fiume, fra folte barriere di vegetazione tropicale nel quale vivono anche i coccodrilli (ma non ci sarà nessun avvistamento).
Il sito è avvolto dalla folta vegetazione, poco è stato recuperato alla vista dei turisti e questo gli dona un aspetto ancora più affascinante e misterioso. Le rovine dominano il sottostante fiume che tuttavia non riusciamo a vedere a causa dell'alta e folta vegetazione: questa città, in origine, era un punto di controllo privilegiato sui traffici commerciali lungo il fiume. Dal sito non vediamo il fiume, ma il potente grido delle scimmie urlatrici ci farà compagnia per buona parte della permanenza.

Il diario di viaggio di questi tre giorni di permanenza si è arricchito come non mai di esperienze e impressioni, luoghi da vedere ce ne sono tanti e solo un viaggio fai da te può dare quella necessaria elasticità tailor made che i tour organizzati con i loro itinerari consigliati non potranno mai replicare.

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