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MESSICO: CHICHEN ITZA' E BALANKANCHE'

AMERICHE > Messico > Descrizione luoghi
 
 


Arriviamo a Chichèn Itzà a sole ormai quasi tramontato ma non siamo preoccupati, sapendo già dove dirigerci avendo prenotato per tempo all'hotel Mayaland.
Ci sono altre sistemazioni, più o meno lontane e anche più economiche, che si possono scegliere ma la spesa era tutto sommato affrontabile (circa 35 euro a testa per un'ambiente ben arredato ed assai spazioso) considerando anche un innegabile vantaggio: l'hotel si trova all'interno del parco archeologico e a soli 50 metri dall'ingresso est del sito  vero e proprio (un'altra parte di fabbricati del Mayaland, più recente e lussuosa, si trova all'ingresso ovest). Fatto non secondario perchè uno degli aspetti da tenere presente per la visita dei siti Maya più frequentati (ma anche per questione di temperature) è accedere e visitare alla mattina presto, quando le ondate di turisti dalla vicina Cancun e dalla riviera Maya non sono ancora arrivate e con il sole che ancora non fa soffrire (buona parte della visita si svolge su percorsi assolati e il clima è molto umido).

Sveglia alle 7.00, diventerà un'abitudine, per essere operativi sul luogo alle 9.00 all'apertura dei cancelli. Siamo praticamente fra i primi ad entrare, la giornata è luminosa e il silenzio regna incontrastato. Una breve passeggiata nel Grupo de las mil Columna
ed ecco lo .."svantaggio" di alloggiare in questo hotel: passate le mura, la prima struttura che ci si trova ad ammirare è anche la più bella, l'icona conosciuta in tutto il mondo cioè El Castillo forse più noto come tomba di Kukulcan, risalente all'800 d.C.; svantaggio perchè dopo questa visione, commentata con dovizia di dettagli storici e astronomici dalla guida che, molto opportunamente, avevamo preso, tutto il resto potrebbe apparire di minor valore (cosa che affatto è!). Certo che vedere la maestosità di questo edificio e conoscerne il significato astronomico pone grandi interrogativi: ma come hanno fatto? Come potevano avere tutte quelle conoscenze? Una piramide che in realtà è la raffigurazione del calendario secondo i Maya con 18 mesi da 20 giorni; 91 scalini per lato che, contando anche la piattaforma, arrivano a 365, i giorni dell'anno che noi da sempre conosciamo. E non solo: 52 pannelli per facciata, le nostre settimane. Si può anche assistere ad una specie di magia acustica: il battito di mani fatto in un ben preciso punto, rivolti alla piramide, si "traduce" nel verso di un uccello tipico del Messico (ma di cui non ricordo il nome): magia acustica figlia di conoscenze non comuni.
L'unico rammarico, ma è giusto così, è l'impossibilità da diversi anni di accedere all'interno dove c'è una seconda e più antica piramide con il trono del Giaguaro Rosso.

Impariamo durante la visita che questo sito non esprime arte maya pura, come sono le raffigurazioni di Chac il dio della pioggia,  ma  è "inquinata" dall'impronta tolteca (l'adorazione del Serpente piumato) che introdusse i sacrifici umani dei quali vi è traccia fra le bellissime sculture che intarsiano pressochè tutte le strutture.

A un centinaio di metri, un immenso campo verde (circa 130 metri di lunghezza), il Gran Juego de Pelota
(vi si praticava il gioco della palla) delimitato sui lati lunghi da mura alte oltre 10 metri, mentre ai lati corti la chiusura del campo è affidata a strutture che erano destinate ad accogliere i potenti della città. Lo scopo del gioco era quello di infilare una palla (fatta con mescolanza di caucciù e altri materiali, quindi abbastanza pesante) in un anello posto a qualche metro d'altezza. Una specie di pallacanestro? No, perchè si poteva giocare la palla di gamba, di ginocchio, di anca, di gomito e di spalla ma non di testa e nemmeno con le mani! E il premio per il capitano della squadra che vinceva? Nella cultura tolteca, il capitano aveva l'onore di essere ammazzato (...) per poter sedere a fianco degli dei che venerava sulla terra.
Anche qui c'è una testimonianza indiscutibile della avanzatissima cultura maya: il riverbero delle onde sonore è modulato in modo tale che non servono sforzi per parlare e farsi sentire a quella distanza di 135 metri! E, ancora: battendo le mani nel senso del lato corto - ma in una ben determinata posizione centrale, cioè all'altezza dell'anello che funge da canestro - si ha che il battito si rincorre per più volte nitido e ben definito. Solo precise conoscenze potevano sfociare in questi risultati.
Proseguiamo la visita con la lugubre Plataforma de los Cràneos
, una struttura orlata di teschi umani che si dice fosse adibita, appunto, ai sacrifici umani! Nel cammino incontriamo quindi la meno conservata tomba del Sacerdote, El Osario, piramide di minori dimensioni ma caratterizzata dalle teste di serpente che si trovano alla base delle scalinate mentre poco più in là, non accessibile ma ugualmente intrigante per la sua pianta circolare, vi è l'osservatorio El Caracol o Observtorio per dirla alla spagnola, singolare per la posizione delle finestre della cupola dell'edificio: perfettamente allineate a ben determinate stelle in altrettanto precisi periodi dell'anno! Ugualmente non accessibile, per i lavori di restauro in corso, il Templo de Los Guerreros del quale non possiamo che ammirare le  splendide sculture erette alla base della scalinata. E molti altri palazzi, più o meno recuperati, strutture che visitiamo forse un pò frettolosamente ma ci rendiamo conto, dalla quantità di turisti che entrano a piccole onde  (spezzando l'incantesimo del sito quasi deserto), che è ora di lasciare, sazi di questo primo assaggio, il sito con destinazione le Grutas de Balankanchè (lontane pochi km. in direzione Cancun) mentre cerchiamo di immaginare come doveva essere questa grande città all'epoca d'oro.

Un breve sentiero, che attraversa un bel giardino botanico, ci porta all'ingresso di queste grotte che furono sede di rituali maya e nella cui sala principale se ne può ritrovare traccia nei vasi e contenitori di vario tipo che sono stati rinvenuti e tuttora in parte presenti. Lungo il percorso, si alternano stanze più o meno ampie popolate da millenarie stalattiti e stalagmiti con colorazioni diverse, dipendenti dal minerale prevalente o dalle crescite di colonie muschiate verdastre; alla fine dopo circa 20 minuti di camminata, un elegante duomo con imponente stalattite centrale premia la vista.
La visita a queste grotte si presenta abbastanza faticosa non tanto per il percorso a saliscendi con alcuni passaggi stretti e ripidi, quanto per il clima pesante: la pressochè assente ventilazione associata ad una temperatura stranamente alta (Messico, ma si è pur sempre in grotta!) rendono la respirazione impegnativa e il ritorno all'aria aperta è quasi vissuto come una conquista.

Riprendiamo il pullmino con destinazione S.Elena dove arriveremo a sera inoltrata (ma anche qui tutto era pronto ed eravamo attesi) percorrendo la ruta de Los Conventos
, una strada isolata nel verde della natura che attraversa piccoli paesi ad evidente vocazione agricola. Lo scopo era quello di poter visitare diversi complessi religiosi risalenti all'epoca coloniale ma, salvo un paio di casi, il programma non poteva essere rispettato perchè l'apertura era, quasi per tutti, alle 17.00 per la quotidiana funzione religiosa. La visita, anche degli interni dove è stata possibile, ha consentito di apprezzare queste architetture ancora molto ben conservate e curate con le alte navate, linee pulite e pareti solo in piccola parte decorate con affreschi mentre gli esterni delle strutture sono sempre in colori tenui e pastellati. Singolare vedere come il tempo sembrava essersi fermato nel patio, in pietre incastrate a secco e con arcate essenziali, ma anche negli ambienti collegati che riportavano i segni dell'uso nei secoli e, in alcuni casi, della trascuratezza.

L'arrivo a Santa Elena è avvenuto in tarda serata. Questo è preferibile evitarlo se non si ha già le idee chiare su dove andare: dopo il tramonto le strade si svuotano, le attività commerciali chiudono e chiedere indicazioni o informazioni può essere veramente impresa ardua se vi trovate in piccole realtà come è Santa Elena. Ovviamente non era il nostro caso, il percorso era già stato studiato e l'hotel The Pickled Onion
, dove ci saremmo fermati per due notti, era già da tempo prenotato.  
Situato alla sommità di una collinetta, si compone, oltre al corpo principale destinato ai servizi di ristoro veri e propri, di sole 5 cabanas in stile maya di recente costruzione: unico ampio locale di piante ovale,  con tetto in foglie secche intrecciate, e circondate da vegetazione. L'ambiente è piacevole, le cabanas arredate con gusto, c'è anche una piscinetta per rinfrescarsi dalle calure umide messicane. Disponendo di pochi posti letto (max una quindicina), ne consegue che anche le esigenze del ristorante (cucina tradizionale ben curata) sono ridotte: i pasti si consumano all'esterno, su una veranda coperta dal tetto tipico maya. Molto cortese e di compagnia la proprietaria Valerie, originaria dell'Inghilterra e trapiantata in Messico da diversi anni.   
Giusto il tempo per un rapido scambio di battute e per "collaudare" la doccia della cabana che Valerie ci chiama a cena: sono solo le 20.00 ma non ama far tardi nonostante a Santa Elena non ci sia proprio nulla da fare la sera!  


 
 
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